Sandrino Mya e Vivisezione: vergogna dell'umanita hanno condiviso la foto di Hans Ruesch per l'abolizione della vivisezione. Ora.
13. La legge italiana e i comitati etici
Queste considerazioni sono altamente rilevanti anche dal punto di vista dell’applicazione della legge in materia di sperimentazione animale vigente in Italia, il Decreto Legislativo n. 116 del 1992, che all’art. 4, c. 1, recita:
Gli esperimenti di cui all’articolo 3 possono essere eseguiti soltanto quando per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo scientificamente valido, ragionevolmente e praticamente applicabile, che non implichi l’impiego di animali.
Evidentemente qui il legislatore esclude la legittimità della vivisezione in ogni caso in cui non se ne dimostri la validità scientifica; e in effetti l’articolo prosegue prescrivendo formalmente ai proponenti di tali progetti di:
documentare alle autorità sanitarie competenti la necessità del ricorso a una specie determinata e al tipo di esperimento.
Ora, ‘necessità’ è una parola impegnativa; non può essere utilizzata per significare che il proponente ‘non vede altro modo’, né che ciò che egli desidera è - tautologicamente! - conoscere proprio l’esito dell’esperimento da lui proposto. La necessità di cui parla la legge è quella che connette strettamente un obiettivo scientifico significativo (non una mera curiosità) con la dimostrazione dell’adeguatezza del metodo proposto, e dell’inadeguatezza di altri metodi disponibili.
Ciò coinvolge un giudizio scientifico che va motivato con argomentazioni razionali, e che andrebbe sottoposto all’esame del più coscienzioso avvocato del diavolo. La legge prevede dunque con chiarezza la possibilità di rifiutare il consenso a un progetto di vivisezione su basi scientifiche (e non soltanto etiche). Tuttavia, dalle informazioni a me disponibili, e in mancanza di una statistica ufficiale, penso che sia corretto congetturare che ciò non avviene praticamente mai. (rif. 77)
Una testimonianza personale può contribuire a rendere il quadro un po’ più concreto. Come membro del Comitato Etico della mia università ho potuto ripetutamente osservare lo sconcerto, l’irritazione e talvolta l’ira con cui i proponenti di esperimenti di vivisezione, o i loro sostenitori nel Comitato (non sempre scienziati essi stessi!), reagiscono alle critiche circa il valore scientifico dei loro progetti. Ciò sarebbe ancora tollerabile, sebbene non certo giustificabile (né eticamente né professionalmente), se fosse accompagnato da una replica razionalmente organizzata e documentata. Invece, nella migliore delle ipotesi si è rinviati a pubblicazioni fondate sugli stessi presupposti del progetto in esame, senza la minima analisi critica della pertinenza e difendibilità razionale di quei presupposti rispetto alle finalità dichiarate. È chiaro dunque che tali progetti dovrebbero essere tutti respinti d’ufficio, perché compilati scorrettamente.
Ma proprio il contrario accade, e cioè che è difficile che a un ‘collega’ sia mai rifiutata l’approvazione, e che si cerca di intimidire i (rari) membri del Comitato che non siano disposti a ‘collaborare’. (rif. 78)
Che questo comportamento non sia isolato, ma tipico - come sembra - di questi organismi, la cui funzione dovrebbe essere invece fornire un autorevole orientamento etico, è un fenomeno paradossale su cui ogni lettore farebbe bene a soffermarsi. (rif. 79)
Se così stanno le cose, l’università sta perdendo una straordinaria occasione di confronto interdisciplinare sugli obiettivi e i metodi della ricerca scientifica (particolarmente in campo biomedico), e sta degradando la risorsa dei Comitati Etici a corsia di accelerazione per l’approvazione di progetti il cui statuto scientifico, prima ancora che ‘bioetico’, è spesso estremamente dubbio.
D’altra parte, data l’evidenza esaminata in questo lavoro, non ci si deve troppo stupire della riluttanza a giustificare razionalmente proposte di vivisezione. Infatti giustificazioni razionali della vivisezione semplicemente non esistono, né a priori né a posteriori. (rif. 80)
La sua permanenza ha piuttosto a che fare con la generale corruzione dei canoni della ricerca scientifica, particolarmente in campo biomedico, che negli ultimi anni ha subìto un ulteriore aggravamento (sotto molte forme: pubblicazione selettiva dei risultati, soppressione delle ricerche scomode e boicottaggio dei loro autori, frodi in senso stretto ecc.). L’infiltrazione degli interessi della grande industria nell’attività dei ricercatori ne è, senza dubbio, una delle cause principali.
Il problema del conflitto di interessi nella ricerca ha spinto alcune tra le più importanti riviste scientifiche a emanare appelli e direttive ai propri autori allo scopo di contrastare appunto il naufragio dell’etica della scienza. (rif. 81)
Alcune di esse, pur ortodosse e tradizionalmente aliene dal gettare discredito sulla ‘scienza’, come Nature, sono arrivate a pubblicare ampie inchieste intitolate, senza traccia di ironia: “Potete credere a quello che leggete [sulle riviste scientifiche]?”. (rif. 82)
Il clima di cui questi fatti sono sintomi è quello ideale perché una pseudoscienza riesca non solo a resistere senza grande sforzo ai tentativi di eliminarla, ma addirittura ad espandersi e a prosperare.
14. Conclusione
Tracciamo un bilancio della nostra discussione. La vivisezione è una pratica che soddisfa tutti i requisiti della pseudoscienza, in quanto emette verdetti ambigui, si basa su esperimenti non riproducibili, e si rifiuta di accettare la (vasta) evidenza contraria come una ragione per abbandonare le proprie pretese. Abbiamo visto che ci sono solide ragioni teoriche, confortate da un’abbondante varietà di prove empiriche, per ritenere che questo stato di cose non dipenda dalla mancanza di abilità tecnica dei vivisettori, ma da limiti oggettivi alla costruibilità di ‘modelli animali’ predittivi da una specie all’altra e, più in generale, all’impiegabilità del metodo sperimentale nello studio degli organismi viventi.
Gli esperimenti su animali, per le differenze di reazione tra le specie e per la loro non riproducibilità anche all’interno della singola specie, si prestano a fungere da pseudogiustificazione per qualsiasi ipotesi biomedica sull’uomo: ma in nessun modo possono esserne fondamento razionale.
Dovrebbe quindi essere chiaro che, se esistono motivazioni per continuare gli esperimenti su animali, la tutela della salute umana non è fra queste. Al contrario, essa è gravemente messa a rischio dall’accreditamento normativo della vivisezione. Abbiamo visto che, come riconosciuto ormai anche ufficialmente, non esistono valutazioni scientifiche dell’attendibilità della vivisezione in tossicologia e farmacologia che giustifichino tale accreditamento.
Un sondaggio più vasto dei campi in cui si pratica la vivisezione confermerebbe anche altrove questo giudizio.
La questione riveste oggi una rinnovata importanza ed urgenza, poiché la Comunità Europea sta per promuovere test animali per quasi centomila sostanze chimiche, in base a una direttiva comunitaria del 1991 (la n. 414).
Anche la valutazione degli effetti nocivi dei campi elettromagnetici a bassissima frequenza e di quelli delle antenne radiotelevisive rischia di essere ritardata e distorta dall’irrazionale fiducia riposta sui ‘modelli animali’.
Gli studenti di biologia e medicina dovrebbero essere informati dai manuali che una delle principali conclusioni di 150 anni di ricerche biomediche è che la vivisezione è una metodologia intrinsecamente inaffidabile e controproducente. In Italia dovrebbero anche essere informati dalle segreterie universitarie dell’esistenza della legge che permette l’esenzione da questa pratica (la n. 413 del 1993); mi risulta che in diverse università questo non avviene, il che - per limitarci a una considerazione giuridica - configura il reato di omissione di atti d’ufficio (Art. 3, c. 5 della legge citata).
Non c’è dubbio che se queste informazioni fossero sufficientemente diffuse, la vivisezione andrebbe incontro a un tardivo ma irreversibile declino, a tutto vantaggio della ricerca scientifica e della salute dei cittadini.
rif. :
77) A tale proposito sono molto significativi la testimonianza e il materiale disponibili sul sito <LC>.
78) Il fenomeno, naturalmente, non è solo italiano. Per un caso recente che riguarda un comitato governativo in India vedi Kumar 2003.
79) Per quanto riguarda la sostanza teorica della loro posizione, i vivisezionisti sono ormai sulla difensiva in tutta Europa. Per esempio, in un editoriale di una rivista medica olandese si può leggere che difese generali della vivisezione non sono più accettabili (e, naturalmente, neanche le condanne generali), ma che “ogni esperimento sugli animali deve essere giudicato per quello che vale, scientificamente così come eticamente” (Joles, Vorstenbosch 1999). È una implicita ammissione che non è così che ci si era comportati nei decenni precedenti.
80) Ovviamente esistono giustificazioni di carattere carrieristico (che non è abitudine dichiarare!). Per esempio, i proponenti di certi progetti sanno che gli articoli che ne deriveranno, se accompagnati da un giudizio positivo di un comitato etico, saranno probabilmente accettate da qualche rivista. A molti scienziati non occorre altro per ritenere una ricerca degna di essere fatta.
81) Cfr. per es. Davidoff et al. 2001.
82) Kolfschooten 2002.
Bibliografia
1. Abbott A. (1996). “Delays in alternative tests defer animal ban”, Nature, 383: 748.
2. Anathaswamy A. (2002). “Lab animals’ home improvement raise questions”, New Scientist, 8 mar.
3. Bernard C. (1865). Introduction à l’étude de la médecine expérimentale, Parigi, Flammarion 1966.
4. Blair T. (2002). “Science Matters”, sul sito: www.number-10.gov.uk/out- put/page5044
5. Bross I. D. (1987). Crimes of Official Science: A Casebook, Buffalo (NY), Biomedical Metatechnology Press.
6. (- -) (1989): “Mathematical Models Vs. Animal Models”, Perspectives On animal Research, 1 (disponibile anche sul sito <AFMA>).
7. Cameron C. S. (1956). “Lung Cancer and Smoke: What We Really Know”, The Atlantic Monthly, gennaio.
8. Casti J. L. (1991). Searching for Certainty, Londra, Abacus 1993.
Siti Internet
<AV> = www.antivivisezione.it [“Comitato Scientifico Antivisezionista”]
<AFMA> = www.curedisease.com [“Americans for Medical Advancement”]
<AVR> = http://earthsave.bc.ca/ animalvoices/ [“Antivisection Review”]
<CP> = www.library.ucsf.edu/tobacco/ cigpapers/book/
<DL> = www.dlrm.org [“Doctors and Lawyers for a Responsible Medicine”]
<G> = http://home.mira.net/~antiviv/ [“Guardians. A Group Exposing Vivisection”]
<I> = www.iarc.fr [“International Agency for Research on Cancer”]
<LC> = www.laboratoricriminali.net
<NS> = www.newscientist.com/news/ [New Scientist]
<NV> = www.novivisezione.org
<RSA> = www.RicercaSenzaAnimali.org
<VA> = http:// vivisection-absurd.org.uk/ menu.html
Fonte: http://www.hansruesch.net/ articoli/bigi03.pdf
Vedi: http://www.hansruesch.net/ risorse.htm
vedi anche:
Pseudoscienza nella scienza biomedica contemporanea: il caso della vivisezione
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=514425195301998& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=1&rele vant_count=1
- §4. Giustificazioni ‘generali’: http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=494260677318450& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=3&src
- §5. L’estrapolazione da una specie all’altra.
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=494661230611728& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=3&src
- §6. Fragilità dei dati
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=494664513944733& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=3&src
- 6.3 Cervelli anormali; 6.4 Problemi di metodo e di pratica sperimentale; 7. Esperimenti su persone:
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=519988514745666& set=pb.469925656418619.-220752 0000.1379361336.&type=3&src
- 8. Quanto valgono i test su animali?; 9. “Metodi alternativi: a che cosa?”
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=522289087848942& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=1&rele vant_count=1
- 10. Un caso esemplare: il fumo di tabacco
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=522308724513645& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=1&rele vant_count=1
- 11. Reazioni avverse da farmaco
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=522324084512109& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=1&rele vant_count=1
- 12. La vivisezione come pseudoscienza
http://www.facebook.com/ photo.php?fbid=522513054493212& set=a.470063883071463.10737418 31.469925656418619&type=1&rele vant_count=1
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Queste considerazioni sono altamente rilevanti anche dal punto di vista dell’applicazione della legge in materia di sperimentazione animale vigente in Italia, il Decreto Legislativo n. 116 del 1992, che all’art. 4, c. 1, recita:
Gli esperimenti di cui all’articolo 3 possono essere eseguiti soltanto quando per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo scientificamente valido, ragionevolmente e praticamente applicabile, che non implichi l’impiego di animali.
Evidentemente qui il legislatore esclude la legittimità della vivisezione in ogni caso in cui non se ne dimostri la validità scientifica; e in effetti l’articolo prosegue prescrivendo formalmente ai proponenti di tali progetti di:
documentare alle autorità sanitarie competenti la necessità del ricorso a una specie determinata e al tipo di esperimento.
Ora, ‘necessità’ è una parola impegnativa; non può essere utilizzata per significare che il proponente ‘non vede altro modo’, né che ciò che egli desidera è - tautologicamente! - conoscere proprio l’esito dell’esperimento da lui proposto. La necessità di cui parla la legge è quella che connette strettamente un obiettivo scientifico significativo (non una mera curiosità) con la dimostrazione dell’adeguatezza del metodo proposto, e dell’inadeguatezza di altri metodi disponibili.
Ciò coinvolge un giudizio scientifico che va motivato con argomentazioni razionali, e che andrebbe sottoposto all’esame del più coscienzioso avvocato del diavolo. La legge prevede dunque con chiarezza la possibilità di rifiutare il consenso a un progetto di vivisezione su basi scientifiche (e non soltanto etiche). Tuttavia, dalle informazioni a me disponibili, e in mancanza di una statistica ufficiale, penso che sia corretto congetturare che ciò non avviene praticamente mai. (rif. 77)
Una testimonianza personale può contribuire a rendere il quadro un po’ più concreto. Come membro del Comitato Etico della mia università ho potuto ripetutamente osservare lo sconcerto, l’irritazione e talvolta l’ira con cui i proponenti di esperimenti di vivisezione, o i loro sostenitori nel Comitato (non sempre scienziati essi stessi!), reagiscono alle critiche circa il valore scientifico dei loro progetti. Ciò sarebbe ancora tollerabile, sebbene non certo giustificabile (né eticamente né professionalmente), se fosse accompagnato da una replica razionalmente organizzata e documentata. Invece, nella migliore delle ipotesi si è rinviati a pubblicazioni fondate sugli stessi presupposti del progetto in esame, senza la minima analisi critica della pertinenza e difendibilità razionale di quei presupposti rispetto alle finalità dichiarate. È chiaro dunque che tali progetti dovrebbero essere tutti respinti d’ufficio, perché compilati scorrettamente.
Ma proprio il contrario accade, e cioè che è difficile che a un ‘collega’ sia mai rifiutata l’approvazione, e che si cerca di intimidire i (rari) membri del Comitato che non siano disposti a ‘collaborare’. (rif. 78)
Che questo comportamento non sia isolato, ma tipico - come sembra - di questi organismi, la cui funzione dovrebbe essere invece fornire un autorevole orientamento etico, è un fenomeno paradossale su cui ogni lettore farebbe bene a soffermarsi. (rif. 79)
Se così stanno le cose, l’università sta perdendo una straordinaria occasione di confronto interdisciplinare sugli obiettivi e i metodi della ricerca scientifica (particolarmente in campo biomedico), e sta degradando la risorsa dei Comitati Etici a corsia di accelerazione per l’approvazione di progetti il cui statuto scientifico, prima ancora che ‘bioetico’, è spesso estremamente dubbio.
D’altra parte, data l’evidenza esaminata in questo lavoro, non ci si deve troppo stupire della riluttanza a giustificare razionalmente proposte di vivisezione. Infatti giustificazioni razionali della vivisezione semplicemente non esistono, né a priori né a posteriori. (rif. 80)
La sua permanenza ha piuttosto a che fare con la generale corruzione dei canoni della ricerca scientifica, particolarmente in campo biomedico, che negli ultimi anni ha subìto un ulteriore aggravamento (sotto molte forme: pubblicazione selettiva dei risultati, soppressione delle ricerche scomode e boicottaggio dei loro autori, frodi in senso stretto ecc.). L’infiltrazione degli interessi della grande industria nell’attività dei ricercatori ne è, senza dubbio, una delle cause principali.
Il problema del conflitto di interessi nella ricerca ha spinto alcune tra le più importanti riviste scientifiche a emanare appelli e direttive ai propri autori allo scopo di contrastare appunto il naufragio dell’etica della scienza. (rif. 81)
Alcune di esse, pur ortodosse e tradizionalmente aliene dal gettare discredito sulla ‘scienza’, come Nature, sono arrivate a pubblicare ampie inchieste intitolate, senza traccia di ironia: “Potete credere a quello che leggete [sulle riviste scientifiche]?”. (rif. 82)
Il clima di cui questi fatti sono sintomi è quello ideale perché una pseudoscienza riesca non solo a resistere senza grande sforzo ai tentativi di eliminarla, ma addirittura ad espandersi e a prosperare.
14. Conclusione
Tracciamo un bilancio della nostra discussione. La vivisezione è una pratica che soddisfa tutti i requisiti della pseudoscienza, in quanto emette verdetti ambigui, si basa su esperimenti non riproducibili, e si rifiuta di accettare la (vasta) evidenza contraria come una ragione per abbandonare le proprie pretese. Abbiamo visto che ci sono solide ragioni teoriche, confortate da un’abbondante varietà di prove empiriche, per ritenere che questo stato di cose non dipenda dalla mancanza di abilità tecnica dei vivisettori, ma da limiti oggettivi alla costruibilità di ‘modelli animali’ predittivi da una specie all’altra e, più in generale, all’impiegabilità del metodo sperimentale nello studio degli organismi viventi.
Gli esperimenti su animali, per le differenze di reazione tra le specie e per la loro non riproducibilità anche all’interno della singola specie, si prestano a fungere da pseudogiustificazione per qualsiasi ipotesi biomedica sull’uomo: ma in nessun modo possono esserne fondamento razionale.
Dovrebbe quindi essere chiaro che, se esistono motivazioni per continuare gli esperimenti su animali, la tutela della salute umana non è fra queste. Al contrario, essa è gravemente messa a rischio dall’accreditamento normativo della vivisezione. Abbiamo visto che, come riconosciuto ormai anche ufficialmente, non esistono valutazioni scientifiche dell’attendibilità della vivisezione in tossicologia e farmacologia che giustifichino tale accreditamento.
Un sondaggio più vasto dei campi in cui si pratica la vivisezione confermerebbe anche altrove questo giudizio.
La questione riveste oggi una rinnovata importanza ed urgenza, poiché la Comunità Europea sta per promuovere test animali per quasi centomila sostanze chimiche, in base a una direttiva comunitaria del 1991 (la n. 414).
Anche la valutazione degli effetti nocivi dei campi elettromagnetici a bassissima frequenza e di quelli delle antenne radiotelevisive rischia di essere ritardata e distorta dall’irrazionale fiducia riposta sui ‘modelli animali’.
Gli studenti di biologia e medicina dovrebbero essere informati dai manuali che una delle principali conclusioni di 150 anni di ricerche biomediche è che la vivisezione è una metodologia intrinsecamente inaffidabile e controproducente. In Italia dovrebbero anche essere informati dalle segreterie universitarie dell’esistenza della legge che permette l’esenzione da questa pratica (la n. 413 del 1993); mi risulta che in diverse università questo non avviene, il che - per limitarci a una considerazione giuridica - configura il reato di omissione di atti d’ufficio (Art. 3, c. 5 della legge citata).
Non c’è dubbio che se queste informazioni fossero sufficientemente diffuse, la vivisezione andrebbe incontro a un tardivo ma irreversibile declino, a tutto vantaggio della ricerca scientifica e della salute dei cittadini.
rif. :
77) A tale proposito sono molto significativi la testimonianza e il materiale disponibili sul sito <LC>.
78) Il fenomeno, naturalmente, non è solo italiano. Per un caso recente che riguarda un comitato governativo in India vedi Kumar 2003.
79) Per quanto riguarda la sostanza teorica della loro posizione, i vivisezionisti sono ormai sulla difensiva in tutta Europa. Per esempio, in un editoriale di una rivista medica olandese si può leggere che difese generali della vivisezione non sono più accettabili (e, naturalmente, neanche le condanne generali), ma che “ogni esperimento sugli animali deve essere giudicato per quello che vale, scientificamente così come eticamente” (Joles, Vorstenbosch 1999). È una implicita ammissione che non è così che ci si era comportati nei decenni precedenti.
80) Ovviamente esistono giustificazioni di carattere carrieristico (che non è abitudine dichiarare!). Per esempio, i proponenti di certi progetti sanno che gli articoli che ne deriveranno, se accompagnati da un giudizio positivo di un comitato etico, saranno probabilmente accettate da qualche rivista. A molti scienziati non occorre altro per ritenere una ricerca degna di essere fatta.
81) Cfr. per es. Davidoff et al. 2001.
82) Kolfschooten 2002.
Bibliografia
1. Abbott A. (1996). “Delays in alternative tests defer animal ban”, Nature, 383: 748.
2. Anathaswamy A. (2002). “Lab animals’ home improvement raise questions”, New Scientist, 8 mar.
3. Bernard C. (1865). Introduction à l’étude de la médecine expérimentale, Parigi, Flammarion 1966.
4. Blair T. (2002). “Science Matters”, sul sito: www.number-10.gov.uk/out- put/page5044
5. Bross I. D. (1987). Crimes of Official Science: A Casebook, Buffalo (NY), Biomedical Metatechnology Press.
6. (- -) (1989): “Mathematical Models Vs. Animal Models”, Perspectives On animal Research, 1 (disponibile anche sul sito <AFMA>).
7. Cameron C. S. (1956). “Lung Cancer and Smoke: What We Really Know”, The Atlantic Monthly, gennaio.
8. Casti J. L. (1991). Searching for Certainty, Londra, Abacus 1993.
Siti Internet
<AV> = www.antivivisezione.it [“Comitato Scientifico Antivisezionista”]
<AFMA> = www.curedisease.com [“Americans for Medical Advancement”]
<AVR> = http://earthsave.bc.ca/
<CP> = www.library.ucsf.edu/tobacco/
<DL> = www.dlrm.org [“Doctors and Lawyers for a Responsible Medicine”]
<G> = http://home.mira.net/~antiviv/ [“Guardians. A Group Exposing Vivisection”]
<I> = www.iarc.fr [“International Agency for Research on Cancer”]
<LC> = www.laboratoricriminali.net
<NS> = www.newscientist.com/news/ [New Scientist]
<NV> = www.novivisezione.org
<RSA> = www.RicercaSenzaAnimali.org
<VA> = http://
Fonte: http://www.hansruesch.net/
Vedi: http://www.hansruesch.net/
vedi anche:
Pseudoscienza nella scienza biomedica contemporanea: il caso della vivisezione
http://www.facebook.com/
- §4. Giustificazioni ‘generali’: http://www.facebook.com/
- §5. L’estrapolazione da una specie all’altra.
http://www.facebook.com/
- §6. Fragilità dei dati
http://www.facebook.com/
- 6.3 Cervelli anormali; 6.4 Problemi di metodo e di pratica sperimentale; 7. Esperimenti su persone:
http://www.facebook.com/
- 8. Quanto valgono i test su animali?; 9. “Metodi alternativi: a che cosa?”
http://www.facebook.com/
- 10. Un caso esemplare: il fumo di tabacco
http://www.facebook.com/
- 11. Reazioni avverse da farmaco
http://www.facebook.com/
- 12. La vivisezione come pseudoscienza
http://www.facebook.com/
__________________________
RICERCA FRODE - LE PROVE :
La ricerca sull'animale non ha giustificazione scientifica e perciò la sua pratica costituisce una frode scientifica per due fatti:
primo gli animali non sono esseri umani e secondo gli animali sono sempre sani prima dell'esperimento.
Poiché gli animali non sono esseri umani i loro problemi sono ovviamente differenti dai nostri. I loro organismi sono differenti, sono soggetti a malattie diverse dalle nostre e differenti sono le reazioni ai farmaci. Inoltre il fatto che l'animale sia sano prima dell'esperimento significa che la malattia o il trauma devono essere indotti con mezzi artificiali e violenti e perciò non possono essere mai uguali ad una malattia che si sviluppa spontaneamente in un essere umano. Logicamente i risultati ottenuti sugli animali non possono essere applicati agli esseri umani. La verità è che la sperimentazione sull'animale non può funzionare perché si basa su premesse sbagliate.
- https://www.facebook.com/photo.php?fbid=481565878587930& set=a.481212718623246.10737418 35.469925656418619&type=3&perm Page=1
RICERCA FRODE - LE PROVE :
La ricerca sull'animale non ha giustificazione scientifica e perciò la sua pratica costituisce una frode scientifica per due fatti:
primo gli animali non sono esseri umani e secondo gli animali sono sempre sani prima dell'esperimento.
Poiché gli animali non sono esseri umani i loro problemi sono ovviamente differenti dai nostri. I loro organismi sono differenti, sono soggetti a malattie diverse dalle nostre e differenti sono le reazioni ai farmaci. Inoltre il fatto che l'animale sia sano prima dell'esperimento significa che la malattia o il trauma devono essere indotti con mezzi artificiali e violenti e perciò non possono essere mai uguali ad una malattia che si sviluppa spontaneamente in un essere umano. Logicamente i risultati ottenuti sugli animali non possono essere applicati agli esseri umani. La verità è che la sperimentazione sull'animale non può funzionare perché si basa su premesse sbagliate.
- https://www.facebook.com/photo.php?fbid=481565878587930& set=a.481212718623246.10737418 35.469925656418619&type=3&perm Page=1
![13. La legge italiana e i comitati etici
Queste considerazioni sono altamente rilevanti anche dal punto di vista dell’applicazione della legge in materia di sperimentazione animale vigente in Italia, il Decreto Legislativo n. 116 del 1992, che all’art. 4, c. 1, recita:
Gli esperimenti di cui all’articolo 3 possono essere eseguiti soltanto quando per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo scientificamente valido, ragionevolmente e praticamente applicabile, che non implichi l’impiego di animali.
Evidentemente qui il legislatore esclude la legittimità della vivisezione in ogni caso in cui non se ne dimostri la validità scientifica; e in effetti l’articolo prosegue prescrivendo formalmente ai proponenti di tali progetti di:
documentare alle autorità sanitarie competenti la necessità del ricorso a una specie determinata e al tipo di esperimento.
Ora, ‘necessità’ è una parola impegnativa; non può essere utilizzata per significare che il proponente ‘non vede altro modo’, né che ciò che egli desidera è - tautologicamente! - conoscere proprio l’esito dell’esperimento da lui proposto. La necessità di cui parla la legge è quella che connette strettamente un obiettivo scientifico significativo (non una mera curiosità) con la dimostrazione dell’adeguatezza del metodo proposto, e dell’inadeguatezza di altri metodi disponibili.
Ciò coinvolge un giudizio scientifico che va motivato con argomentazioni razionali, e che andrebbe sottoposto all’esame del più coscienzioso avvocato del diavolo. La legge prevede dunque con chiarezza la possibilità di rifiutare il consenso a un progetto di vivisezione su basi scientifiche (e non soltanto etiche). Tuttavia, dalle informazioni a me disponibili, e in mancanza di una statistica ufficiale, penso che sia corretto congetturare che ciò non avviene praticamente mai. (rif. 77)
Una testimonianza personale può contribuire a rendere il quadro un po’ più concreto. Come membro del Comitato Etico della mia università ho potuto ripetutamente osservare lo sconcerto, l’irritazione e talvolta l’ira con cui i proponenti di esperimenti di vivisezione, o i loro sostenitori nel Comitato (non sempre scienziati essi stessi!), reagiscono alle critiche circa il valore scientifico dei loro progetti. Ciò sarebbe ancora tollerabile, sebbene non certo giustificabile (né eticamente né professionalmente), se fosse accompagnato da una replica razionalmente organizzata e documentata. Invece, nella migliore delle ipotesi si è rinviati a pubblicazioni fondate sugli stessi presupposti del progetto in esame, senza la minima analisi critica della pertinenza e difendibilità razionale di quei presupposti rispetto alle finalità dichiarate. È chiaro dunque che tali progetti dovrebbero essere tutti respinti d’ufficio, perché compilati scorrettamente.
Ma proprio il contrario accade, e cioè che è difficile che a un ‘collega’ sia mai rifiutata l’approvazione, e che si cerca di intimidire i (rari) membri del Comitato che non siano disposti a ‘collaborare’. (rif. 78)
Che questo comportamento non sia isolato, ma tipico - come sembra - di questi organismi, la cui funzione dovrebbe essere invece fornire un autorevole orientamento etico, è un fenomeno paradossale su cui ogni lettore farebbe bene a soffermarsi. (rif. 79)
Se così stanno le cose, l’università sta perdendo una straordinaria occasione di confronto interdisciplinare sugli obiettivi e i metodi della ricerca scientifica (particolarmente in campo biomedico), e sta degradando la risorsa dei Comitati Etici a corsia di accelerazione per l’approvazione di progetti il cui statuto scientifico, prima ancora che ‘bioetico’, è spesso estremamente dubbio.
D’altra parte, data l’evidenza esaminata in questo lavoro, non ci si deve troppo stupire della riluttanza a giustificare razionalmente proposte di vivisezione. Infatti giustificazioni razionali della vivisezione semplicemente non esistono, né a priori né a posteriori. (rif. 80)
La sua permanenza ha piuttosto a che fare con la generale corruzione dei canoni della ricerca scientifica, particolarmente in campo biomedico, che negli ultimi anni ha subìto un ulteriore aggravamento (sotto molte forme: pubblicazione selettiva dei risultati, soppressione delle ricerche scomode e boicottaggio dei loro autori, frodi in senso stretto ecc.). L’infiltrazione degli interessi della grande industria nell’attività dei ricercatori ne è, senza dubbio, una delle cause principali.
Il problema del conflitto di interessi nella ricerca ha spinto alcune tra le più importanti riviste scientifiche a emanare appelli e direttive ai propri autori allo scopo di contrastare appunto il naufragio dell’etica della scienza. (rif. 81)
Alcune di esse, pur ortodosse e tradizionalmente aliene dal gettare discredito sulla ‘scienza’, come Nature, sono arrivate a pubblicare ampie inchieste intitolate, senza traccia di ironia: “Potete credere a quello che leggete [sulle riviste scientifiche]?”. (rif. 82)
Il clima di cui questi fatti sono sintomi è quello ideale perché una pseudoscienza riesca non solo a resistere senza grande sforzo ai tentativi di eliminarla, ma addirittura ad espandersi e a prosperare.
14. Conclusione
Tracciamo un bilancio della nostra discussione. La vivisezione è una pratica che soddisfa tutti i requisiti della pseudoscienza, in quanto emette verdetti ambigui, si basa su esperimenti non riproducibili, e si rifiuta di accettare la (vasta) evidenza contraria come una ragione per abbandonare le proprie pretese. Abbiamo visto che ci sono solide ragioni teoriche, confortate da un’abbondante varietà di prove empiriche, per ritenere che questo stato di cose non dipenda dalla mancanza di abilità tecnica dei vivisettori, ma da limiti oggettivi alla costruibilità di ‘modelli animali’ predittivi da una specie all’altra e, più in generale, all’impiegabilità del metodo sperimentale nello studio degli organismi viventi.
Gli esperimenti su animali, per le differenze di reazione tra le specie e per la loro non riproducibilità anche all’interno della singola specie, si prestano a fungere da pseudogiustificazione per qualsiasi ipotesi biomedica sull’uomo: ma in nessun modo possono esserne fondamento razionale.
Dovrebbe quindi essere chiaro che, se esistono motivazioni per continuare gli esperimenti su animali, la tutela della salute umana non è fra queste. Al contrario, essa è gravemente messa a rischio dall’accreditamento normativo della vivisezione. Abbiamo visto che, come riconosciuto ormai anche ufficialmente, non esistono valutazioni scientifiche dell’attendibilità della vivisezione in tossicologia e farmacologia che giustifichino tale accreditamento.
Un sondaggio più vasto dei campi in cui si pratica la vivisezione confermerebbe anche altrove questo giudizio.
La questione riveste oggi una rinnovata importanza ed urgenza, poiché la Comunità Europea sta per promuovere test animali per quasi centomila sostanze chimiche, in base a una direttiva comunitaria del 1991 (la n. 414).
Anche la valutazione degli effetti nocivi dei campi elettromagnetici a bassissima frequenza e di quelli delle antenne radiotelevisive rischia di essere ritardata e distorta dall’irrazionale fiducia riposta sui ‘modelli animali’.
Gli studenti di biologia e medicina dovrebbero essere informati dai manuali che una delle principali conclusioni di 150 anni di ricerche biomediche è che la vivisezione è una metodologia intrinsecamente inaffidabile e controproducente. In Italia dovrebbero anche essere informati dalle segreterie universitarie dell’esistenza della legge che permette l’esenzione da questa pratica (la n. 413 del 1993); mi risulta che in diverse università questo non avviene, il che - per limitarci a una considerazione giuridica - configura il reato di omissione di atti d’ufficio (Art. 3, c. 5 della legge citata).
Non c’è dubbio che se queste informazioni fossero sufficientemente diffuse, la vivisezione andrebbe incontro a un tardivo ma irreversibile declino, a tutto vantaggio della ricerca scientifica e della salute dei cittadini.
rif. :
77) A tale proposito sono molto significativi la testimonianza e il materiale disponibili sul sito <LC>.
78) Il fenomeno, naturalmente, non è solo italiano. Per un caso recente che riguarda un comitato governativo in India vedi Kumar 2003.
79) Per quanto riguarda la sostanza teorica della loro posizione, i vivisezionisti sono ormai sulla difensiva in tutta Europa. Per esempio, in un editoriale di una rivista medica olandese si può leggere che difese generali della vivisezione non sono più accettabili (e, naturalmente, neanche le condanne generali), ma che “ogni esperimento sugli animali deve essere giudicato per quello che vale, scientificamente così come eticamente” (Joles, Vorstenbosch 1999). È una implicita ammissione che non è così che ci si era comportati nei decenni precedenti.
80) Ovviamente esistono giustificazioni di carattere carrieristico (che non è abitudine dichiarare!). Per esempio, i proponenti di certi progetti sanno che gli articoli che ne deriveranno, se accompagnati da un giudizio positivo di un comitato etico, saranno probabilmente accettate da qualche rivista. A molti scienziati non occorre altro per ritenere una ricerca degna di essere fatta.
81) Cfr. per es. Davidoff et al. 2001.
82) Kolfschooten 2002.
Bibliografia
1. Abbott A. (1996). “Delays in alternative tests defer animal ban”, Nature, 383: 748.
2. Anathaswamy A. (2002). “Lab animals’ home improvement raise questions”, New Scientist, 8 mar.
3. Bernard C. (1865). Introduction à l’étude de la médecine expérimentale, Parigi, Flammarion 1966.
4. Blair T. (2002). “Science Matters”, sul sito: www.number-10.gov.uk/out- put/page5044
5. Bross I. D. (1987). Crimes of Official Science: A Casebook, Buffalo (NY), Biomedical Metatechnology Press.
6. (- -) (1989): “Mathematical Models Vs. Animal Models”, Perspectives On animal Research, 1 (disponibile anche sul sito <AFMA>).
7. Cameron C. S. (1956). “Lung Cancer and Smoke: What We Really Know”, The Atlantic Monthly, gennaio.
8. Casti J. L. (1991). Searching for Certainty, Londra, Abacus 1993.
Siti Internet
<AV> = www.antivivisezione.it [“Comitato Scientifico Antivisezionista”]
<AFMA> = www.curedisease.com [“Americans for Medical Advancement”]
<AVR> = http://earthsave.bc.ca/animalvoices/ [“Antivisection Review”]
<CP> = www.library.ucsf.edu/tobacco/cigpapers/book/
<DL> = www.dlrm.org [“Doctors and Lawyers for a Responsible Medicine”]
<G> = http://home.mira.net/~antiviv/ [“Guardians. A Group Exposing Vivisection”]
<I> = www.iarc.fr [“International Agency for Research on Cancer”]
<LC> = www.laboratoricriminali.net
<NS> = www.newscientist.com/news/ [New Scientist]
<NV> = www.novivisezione.org
<RSA> = www.RicercaSenzaAnimali.org
<VA> = http://vivisection-absurd.org.uk/menu.html
Fonte: http://www.hansruesch.net/articoli/bigi03.pdf
Vedi: http://www.hansruesch.net/risorse.htm
vedi anche:
Pseudoscienza nella scienza biomedica contemporanea: il caso della vivisezione
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=514425195301998&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=1&relevant_count=1
- §4. Giustificazioni ‘generali’: http://www.facebook.com/photo.php?fbid=494260677318450&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=3&src
- §5. L’estrapolazione da una specie all’altra.
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=494661230611728&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=3&src
- §6. Fragilità dei dati
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=494664513944733&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=3&src
- 6.3 Cervelli anormali; 6.4 Problemi di metodo e di pratica sperimentale; 7. Esperimenti su persone:
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=519988514745666&set=pb.469925656418619.-2207520000.1379361336.&type=3&src
- 8. Quanto valgono i test su animali?; 9. “Metodi alternativi: a che cosa?”
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=522289087848942&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=1&relevant_count=1
- 10. Un caso esemplare: il fumo di tabacco
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=522308724513645&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=1&relevant_count=1
- 11. Reazioni avverse da farmaco
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=522324084512109&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=1&relevant_count=1
- 12. La vivisezione come pseudoscienza
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=522513054493212&set=a.470063883071463.1073741831.469925656418619&type=1&relevant_count=1
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